Radio MicrofonoAperto | Sigarette – 1° puntata

Finalmente, come sin dall’inizio MicrofonoAperto desiderava, abbiamo ricevuto due storie in anonimo alla nostra e-mail. Eccole pubblicate, buona lettura!

Cinema e sigarette

Non mi sono mai chiesto perchè, nei film, l’andare a comprare le sigarette sia quasi sempre il preludio di un qualcosa che sta per accadere.

-Amore, scendo un attimo a comprare le sigarette e torno! Oppure;

-Esco, prendo il pane, compro le sigarette e arrivo!

Poi, come ogni regista che si rispetti fa, ecco che succede qualcosa. L’amato sparisce e non torna più a casa; il marito premuroso scende, porge le sue lire al tabaccaio e viene rapito da una macchina nera. Sempre nera. E magari, come il suddetto regista sa bene, sta pure piovendo e il nostro protagonista veste un impermeabile dalle tinte noir.
Eppure nella mia vita non ho mai capito nulla di cinema e né, tantomeno, mio padre ha mai indossato uno di quei cappotti per la pioggia lunghi, sagomati, e colorati di grigio scuro. No, troppo costoso per la mia famiglia. E del resto mio padre amava la pioggia e amava bagnarsi quando andava a fare le sue compere.
Quando ero piccolo ho sempre avuto un rapporto bellissimo con lui. Uscivamo in bicicletta insieme, andavamo alla bottega del pane con la sua 127 verde, succhiavamo insieme le caramelle alla menta. L’ho sempre amato ed invidiato tantissimo e, credetemi, ogni volta che ci salutavamo anche soltanto per andare a scuola, dicevo la famosa frase: “da grande voglio essere come te”. Ero un bimbo del resto e, negli anni ’70, sognare non costava nulla. Con mamma invece no. Purtroppo i legami son sempre stati altalenanti. Non ero figlio unico e questo peso lo sentivo tutto sulle mie spalle.
Comunque come tanti papà sapevano bene, quando ero piccolo, il vizio del fumo aveva un nome ed era: Nazionali senza filtro. Arrivava a fumarne più di 30 al giorno e questo, forse, era l’unica cosa che ho sempre odiato di lui.
Si sa, ogni regista che si rispetti sa come caratterizzare il suo personaggio e a mio padre, impermeabile a parte, non mancava nessuna di quelle caratteristiche che tutti noi osserviamo al cinema. Amava i suoi figli, era cresciuto da solo in una famiglia menefreghista, fumava sigarette senza filtro e, come in un copione di serie B, quel pomeriggio tardi era uscito a comprare i suoi due pacchetti quotidiani ed il pane per la cena.
Non sapemmo mai cosa accadde in quella strada. Via Mingardi di un paesino sperduto nel basso Lazio. Ricordo solamente che quando mi svegliai con l’odore della carne messa sul padellino, con il sole ormai basso sull’orizzonte, sentì la vicina di casa nostra urlare dal balcone il nome di mio papà e, con essa, mia madre affacciarsi, impallidire, e correre di sotto.
Mi dissero che fu un infarto di quelli che ti uccidono senza che tu te ne accorga. E come ogni regista sa bene, quel pomeriggio, mio papà era sceso per comprare il pane e le sigarette nel tabaccaio di fronte ad una macchina nera posteggiata sul marciapiede. Pioveva, e papà non aveva l’impermeabile.

Naja

Tutti quelli con cui ho fatto la naja, negli ormai lontani anni ’80, hanno un pessimo ricordo di quell’esperienza. Non fraintendiamoci, non che mi sia divertito ma, a differenza di tutti gli altri, sono riuscito a togliermi qualche sfizio e a farmi una grassa risata nonostante fossi l’ultimo arrivato.
La cosa che più mi fece arrabbiare quando venni chiamato in caserma per la prima volta, fu il fatto che avevo appena iniziato a studiare Medicina all‘Università di Bologna. Era il sogno di tutta una vita eppure, per qualcosa che cozzava contro la mia ideologia e totalmente avverso a qualunque cosa o persona vestiva una divisa, dovetti abbandonare appena poco prima dei primi appelli. Arrivò la tanta odiata cartolina di chiamata.

Ebbene, lasciati a casa sogni, buone intenzioni e la mia bandiera rossa con cui partecipai a tante manifestazioni, partì alla volta della caserma di Verona. Solo una cosa mi fece compagnia per quell’annetto scarso che mi vide in divisa: le sigarette.

Fumavo poco e fumavo economico: Nazionali senza filtro. Ma quelle tre-quattro sigarette che mi accendevo durante la giornata me le dovevo godere. E così, insofferente alla disciplina e ai miei superiori, mi nascondevo in un angolo del cortile o della camerata ad accendere una di quelle paglie. E così arrivò il primo richiamo, la seconda punizione, il terzo litigio col sergente. Ah, il sergente! Una di quelle persone probabilmente venuta su a pane e propaganda! Quanti litigi!

Una volta, poco prima di Natale, mi ritrovai (stranamente!) in libera uscita per le strade veronesi. Avevamo l’obbligo di restare in divisa e mantenere un adeguato contegno. Non mi sono mai chiesto se le Nazionali rientravano in queste imposizioni e così, me le portai d’appresso.

Come ero solito fare me ne infischiai degli orari di rientro e feci le undici di sera in giro per i bar della città quando, come un Paolino Paperino con la sua sfiga, incontrai il sergente di rientro in caserma. Ero alquanto “alticcio” e ricordo solamente poche cose. Chiaramente il basco lo tenevo ben posato sopra la spalla come mi era solito fare mentre, il mio fido pacchetto di sigarette, stretto nel pugno. Ci fu un bel litigio davanti alla gente totalmente incredula e fintamente critica nei miei confronti ma, vuoi per la giovinezza, vuoi per la faccia tosta che non mi è mai mancata, presi una sigaretta, la misi in bocca accendendola, tirai fuori il basco foderato internamente di rosso (un colore a caso!) e lo mandai a quel paese.

Inutile dire che pochi giorni dopo dovetti rendere conto del mio comportamento a tutti gli ufficiali della mia caserma e, dio sa solo come, evitai pene severe. Ricordo solo la sua faccia pochi giorni dopo il mio congedo: i baffetti ben stirati, la divisa ben in ordine ed il suo sorriso quando mi incontrò per strada. Io tutto felice, malgrado tutto, e lui tristemente assorto nel suo sorriso cattivo. Non potei che dirgli: vuole una nazionale?

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