MicrofonoAperto | Intervista a Claudio Lolli – Il Grande Freddo

Per MicrofonoAperto questa è stata una splendida opportunità. Intervistare Claudio Lolli, Roberto Soldati e Danilo Tomasetta e chiacchierare con loro riguardo il prossimo album di inediti che uscirà tra poco, “Il Grande Freddo”, è stata un’ottima occasione per approfondire certi discorsi e per scovare qualche simpatico aneddoto.

Claudio Lolli il grande freddo danilo roberto
Claudio Lolli con Danilo Tomasetta e Roberto Soldati

Conosco da molto tempo Claudio ma, fin’ora, non ho mai voluto tirare giù un’intervista formale. Vuoi per un rapporto di amicizia, vuoi per il tempo mai troppo lungo a disposizione, mi son sempre tirato indietro malgrado le innumerevoli chiacchiere scambiate. Se a tutto ciò aggiungiamo le parole di Roberto Soldati e Danilo Tomasetta, -i musicisti di “Ho visto anche degli Zingari felici- otteniamo un mix magico e, a mio modesto parere, emozionante.

Come dicevo, l’occasione propizia è stata proprio quella relativa all’imminente uscita del nuovo album “Il Grande Freddo” creato grazie ad una raccolta di fondi nata sul web. Una raccolta di canzoni inedite sapientemente musicate e che tutto il pubblico “lolliano”, e non solo, stava aspettando sin dal 2009, data di uscita dell’album “Lovesongs”. MicrofonoAperto, purtroppo, ha potuto “tirare giù” queste righe solamente a distanza, tramite un piacevolissimo scambio di e-mail. Spero di riuscire a rendere palpabile, però, l’enfasi e l’emozione che una tale esperienza mi ha lasciato. Vi lascio, quindi, alle parole di Danilo -sassofono- Roberto -chitarra- e Claudio.

MicrofonoAperto | Danilo, Roberto e Claudio. Prima di tutto grazie infinite per questa intervista. Sappiamo tutti che l’argomento “principe” di questa chiacchierata è l’uscita del nuovo album “Il Grande Freddo” ma, prima, volevo fare un salto indietro nel tempo. Il vostro primo incontro, infatti, risale alla nascita del capolavoro “Ho visto anche degli zingari felici”. Se ricordo bene le parole di Claudio, entrambi facevate parte di un Collettivo di Musicisti bolognese. Come andò più precisamente quell’incontro?

Danilo | Tra i musicisti del collettivo c’era un rapporto molto alla pari. Nessuno se la tirava e, del resto, quasi nessuno aveva una notorietà ed una gran carriera alle spalle. Solamente Claudio aveva fatto “qualcosa” di importante. Fu proprio lui a chiedere a me e a Roberto di partecipare alla costruzione di una “suite” da portare in giro per le piazze ed i teatri italiani. Nonostante il terreno per noi insolito, l’idea piacque molto ed eravamo sufficientemente curiosi per metterci alla prova. E poi Claudio chiarì subito che ci sarebbero stati ampi spazi anche per le parti strumentali. Così nacque questa collaborazione e, così, nacquero gli Zingari Felici.

Roberto | Eravamo in un momento storico e in un contesto bolognese completamente diversi e non commensurabili a nulla che oggi ci circondi e scandisca i nostri quotidiani. Un’altra era geologica, un altro pianeta. Nel 1974 entrammo tutti e tre a far parte del gruppo che hai citato, il: “Collettivo Autonomo dei Musicisti Bolognesi“. Danilo ed io suonavamo in un gruppo rock-jazz denominato “Opus” e componevamo pezzi nostri, principalmente solo musicali.

MicrofonoAperto | Questa non la sapevo…

Roberto | Purtroppo non mi è rimasta nessuna traccia audio, peccato perché alcune non erano niente male. Piuttosto originali ed innovativi, me le ricordo ancora ad orecchio.

MicrofonoAperto | E Claudio?

Roberto | Claudio invece, che Danilo ed io non conoscevamo, era già un cantautore affermato. C’era anche Roberto Picchi, un altro cantautore ed ottimo chitarrista acustico che poi collaborò con Claudio nel suo album del 1975 (Canzoni di Rabbia nda), insieme a tanti altri musicisti di diversa estrazione. Ci si ritrovava in una sala di Via Giuseppe Petroni e si discuteva su musica, politica, linguaggio ed arte organizzando concerti che si tenevano al teatro San Leonardo, sempre in via Petroni (teatro che oggi non esiste più nda). Io ci suonai tre volte con un gruppo di blues-jazz in jam session con un giovanissimo pianista, un “enfant prodige”, Roberto Mazzoli, poi purtroppo affetto da grave malattia e ritiratosi.

Quindi, chiacchierando del più e del meno, si stabilì subito una buona empatia tra noi e, un giorno, Claudio ci propose di andare a casa sua dove ci avrebbe fatto ascoltare dei pezzi nuovi, una lunga ballata o meglio, una ballata lunga, che avrebbe voluto arrangiare e suonare in gruppo, diversamente dalle sue passate esperienze. Visto che anche per me il mondo della canzone d’autore era poco conosciuto, accettai di buon grado e, con Danilo, partì il percorso che ci portò, in meno di due anni, alla realizzazione del masterpieceHo visto anche degli zingari felici”, registrato a Milano nel Gennaio del 1976 e pubblicato il 07 Aprile dello stesso anno. Poco dopo, il 20 Luglio, io mi laureai in fisica e abbandonai la scena musicale per entrare nel mondo della ricerca scientifica del neonato Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università di Trento. Un addio, (anzi, un arrivederci col senno del poi) molto sofferto e doloroso, ma fu una scelta di vita.

MicrofonoAperto | Tempo fa scambiai quattro chiacchiere con Paolo Capodacqua, altro musicista che ha suonato nel nuovo album e ricordo un simpatico aneddoto riguardo la scoperta di Claudio. Venivate tutti e due da un ambiente diverso, quale fu l’impatto con questa esperienza “cantautorale”?

Danilo | Claudio per noi era un cantautore che aveva già fatto tre dischi con una major, la EMI, ed era un’artista che almeno cento persone in un teatro le portava. Però si rapportava con noi senza far pesare queste cose, direi quasi con umiltà e, in più, con grande gentilezza e disponibilità. Insomma, ci appariva come una persona rara.

Roberto | Quando lo conobbi, nell’Autunno del ’74, non sapevo nulla della sua musica. Non mi interessava il cantautorato italiano allora; non mi piacevano De Andrè, Guccini, De Gregori e compagnia. Conoscevo e ascoltavo qualche volta, e per la sua vena jazzistica, Lucio Dalla. Per il resto seguivo soltanto la musica anglo-americana, le contaminazioni blues-rock-jazz. I miei paradigmi più grandi erano Hendrix, Clapton e Jimmy Page, ancora oggi considerati i tre più grandi. Per questo fui subito incuriosito dalla proposta di Claudio. Volevo provare ad entrare in un terreno a me quasi del tutto ignoto: mi eccitava e mi stimolava. Nell’Autunno del 1974 avevo ventidue anni appena compiuti, suonavo la chitarra da cinque anni…

MicrofonoAperto | Nonostante tutto nacque il disco più famoso di Claudio Lolli. Era il 1976. Fu un figlio di quel tempo ed un filo conduttore, col senno del poi,  sino ai nostri tempi…

Claudio | Sì, entrambe le cose. Fu sicuramente un prodotto del tempo straordinario che stavamo vivendo come uomini e come musicisti, ma forse proprio per questo, quel disco è diventato anche un filo conduttore di energia, di dubbio e di consapevolezza ancora fruibile ai nostri giorni.

Roberto | Fu sicuramente figlio di quel momento storico, la sua genesi è indissolubilmente legata agli eventi straordinari di quell’epoca. Ma, come tutte le opere artistiche riuscite, –e quella lo fu sotto molteplici aspetti,– i valori in essa contenuti sono universali, travalicano il transitorio e si propagano nell’avvenire; come si dice in fisica quantisticathey undergo the dimensional trasmutation of the time dimension.”

MicrofonoAperto | Quindi anche una validissima base dalla quale attingere?

Roberto | Come musicista ed ascoltatore, ho sempre riascoltato quel disco nel corso degli anni e mi appariva sempre diverso. Coglievo via via sfumature che prima mi erano sfuggite, addirittura talvolta mi sorprendevo di un certo mio modo di suonare le chitarre da cui mi ero distaccato a seguito della mia personale evoluzione “darwiniana” musicale.

Poco prima di iniziare il missaggio de “Il Grande Freddo” ho riascoltato diverse volte attentamente quel disco, anche per cercare spunti. Ti confesso che pensare a quel ragazzo di ventidue anni che mescolava le chitarre elettrice ed acustiche con quei suoni e fraseggi così “naturali”, mi ha lasciato incredulo: ero io eppure ora, nonostante l’esperienza acquisita in quarant’anni, non riesco più ad essere così diretto e spontaneo, cosi “naive”. Il peso degli anni e dell’esperienza acquisita mi condiziona nelle scelte stilistiche. Ecco perchè il mio suono di chitarre in “Il Grande Freddo”, si può definire maturo, sereno e disilluso, ma pieno di buona umanità, almeno credo, è quello che io ho sentito mentre lo suonavo.

MicrofonoAperto | La “Sixtyfour Band” ha quindi riportato quei riff indimenticabili  nuovamente sul palcoscenico. Parlo della vostra reunion precedente alla realizzazione del nuovo album. Come mai la decisione di riunirvi?

Danilo | Una circostanza fortunata ed imprevista. Un concerto organizzato a Radicondoli dove la richiesta esplicita era che venisse risuonata la suite degli Zingari. Io non toccavo il sax da trent’anni e quando mio fratello mi chiese di partecipare, inizialmente rifiutai. Poi fui tirato dentro quasi con un piccolo inganno, ma non opposi resistenza. Per chiunque altro non avrei reimbracciato lo strumento ma, a Claudio, non potevo dire di no. Promisi che avrei provato a rendermi presentabile e… andò bene. Era l’Agosto del 2012 e, da allora in poi, ci è sembrato naturale e doveroso ricominciare a suonare insieme.

Claudio | Incontrarsi una volta può essere un caso, incontrarsi una seconda volta, dopo trent’anni carsici, è destino.

Roberto | Come ti ho scritto sopra, la musica e la scrittura di Claudio contengono valori universali che travalicano i confini spazio-temporali. Le visioni che Claudio dipinse negli anni ’70 furono profetiche ed oggi più che mai ne abbiamo bisogno. Erano piene di semi positivi che hanno germogliato: mentre li eseguivamo dal vivo con la “When i’m 64 Band” non mi sono certo sentito un revival player, una vecchia memoria riemersa, un italian graffiti: tutt’altro, sennò non l’avrei mai fatto. Senza contare che la contaminazione tra il mio stile chitarristico e quello completamente diversa dell’amico Paolo Capodacqua, ha dato luogo e vita ad una crossed fertilization che mi ha veramente entusiasmato, stimolato e profondamente soddisfatto. Nelle nostre performances dell’Agosto 2012 e a Dicembre 2014 (Albenga nda), mi è capitato spesso di emozionarmi e di commuovermi mentre suonavo nonostante la concentrazione sullo strumento: non mi era mai successo prima.

MicrofonoAperto | Due esperienze di pubblico in due “ere” totalmente diverse. Ci sono state grosse differenze nel pubblico che avete incontrato?

Claudio | Non ho mai smesso di suonare in pubblico e quindi non sento questa differenza di cui tu chiedi. Mi è sembrato che sempre il pubblico volesse ascoltare la mia voce, le mie parole e la mia musica con grande affetto e curiosità.

Danilo | Per quel che mi riguarda il rapporto con il pubblico, a sessant’anni, mi incute più timore. Non c’è più la beata incoscienza dei venticinque e, ad ogni inizio di concerto, ho i battiti del cuore accelerati. Ma dopo un po’ subentra la consapevolezza che la cosa funziona: la musica fluisce e mi rendo conto che stiamo dando emozioni al pubblico, io insieme ai compagni di avventure musicali che mi sono più cari, Claudio, Roberto e Paolo. Questa è una sensazione impagabile.

Roberto | Per me stupore. Stupore per l’affetto, la passione, l’amore e la dedizione con cui il pubblico ha sempre seguito tutte le nostre performances. L’arte di Claudio è penetrata nel profondo dei cuori.

MicrofonoAperto | Ad un certo punto, poi, una serie di inconvenienti per Claudio. Un periodo di assenza dalla scena ed un silenzio discografico che si prolungava sin dal 2009 con Lovesongs. Esce “Lettere Matrimoniali”, uno dei libri che più mi ha fatto capire (che non c’è niente da capire, come canta De Gregori) l’amore, e ti pongo una domanda a bruciapelo come qualcuno fece a Fabrizio de Andrè: perchè scrivi? Infine, nel 2016, la notizia de “Il Grande Freddo”. Una tempesta ghiacciata come recita il titolo o un inno al calore di un’Anna e della Piazza?

Claudio | Scrivo perchè non ho nient’altro da fare… Mio caro, l’amore è sempre qualcosa che lega tra di loro tutte le esperienze del mondo, una specie di C.I.E. in cui tutti dobbiamo passare e da cui tutti dobbiamo uscire. Nel periodo di mezzo nascono idee, parole e sentimenti che diventano lettere, canzoni e briciole d’amore.

MicrofonoAperto | E il motivo e l’attività del pubblico che ha partecipato al crowdfounding? Pensavate fosse così numeroso o forse ha contribuito anche il bisogno di un certo “tipo” di musica?

Danilo | Nonostante la lunga carriera alle spalle, cercare un discografico disposto ad investire un po’ di migliaia di euro nel progetto de “Il Grande Freddo”, si è rivelata un’impresa ardua. La colpa è principalmente della dimensione asfittica e miserabile che ha assunto oggi il business discografico. Non volevamo fare le cose “da poveretti” risparmiando su tutto, danneggiando così il risultato finale. Così il crowdfounding ci ha permesso di aggirare questo ostacolo.

Roberto | Forse una combinazione di entrambe le componenti. Mi pare più plausibile: ai nostri concerti venivano sempre parecchi ragazzi.

Claudio | La seconda che hai detto…

MicrofonoAperto | E parlando dei lavori che si sono conclusi di recente? Qualche aneddoto?

Danilo | Non ci sono aneddoti particolari. Roberto ed io abbiamo vestito le canzoni come si lavorerebbe in una sartoria artigianale. Prima abbiamo imbastito in modo semplice ed essenziale, poi la stoffa è diventata pregiata come, pure, le finiture. Questa è la fase delle registrazioni in studio che è stata impreziosita dalle collaborazioni degli altri musicisti che, per Roberto e me, sono fraterni amici prima ancora di essere ottimi strumentisti e, questo, fa la differenza.

Roberto | Tutte le parti di chitarra –che fanno una grossa parte del disco– mi sono venute di getto al primo provino registrato a casa di Danilo nell’Inverno-Primavera del 2015. Poi, per due anni, ci ho trafficato tanto sopra: le ho modificate e rimodificate tante volte. Poi, entrando in sala di registrazione dal 16 Gennaio 2017, le ho registrate tutte come al primo istante: stessi suoni, stessi strumenti; ho seguito l’istinto primordiale buttando via due anni di rielaborazioni. Anche  per “Ho visto anche degli Zingari Felici” fu lo stesso: feci le parti di chitarra di getto, a casa di Claudio mentre lui cantava i pezzi accompagnandosi al pianoforte a muro, poi le ho suonate dal vivo con lui e Danilo per circa un anno in tutta Italia e, nel Gennaio del ’76, le ho registrate tali e quali, tranne le parti con la chitarra acustica che trovai ex novo lì per lì in una settimana mentre registravamo a Milano (dal vivo non potevo suonare due chitarre!)
A risentirlo oggi mi pare incredibile: sembrano concepite, provate, orchestrate, inserite ad hoc dopo molto lavoro… invece mi vennero spontanee dal cuore! Grazie a Claudio e Danilo, alla nostra empatia trasversale!!! Danilo suona anche la chitarra, è sempre stato molto creativo e suonavamo insieme da quando avevo diciotto anni. Lui mi diceva: “dovresti cercare di ottenere un’atmosfera così, di questo tipo, bla bla bla…” io imbastico e poi si provava. Così nacque la chitarra acustica di commento al grande solo di Danilo in conclusione di “Primo Maggio di Festa”

MicrofonoAperto | E parlando dei testi, invece, possiamo dire che questo disco rappresenti una chiusura di quei “cicli” lasciati aperti anni fa? L’assenza di “calore” attorno ad una casa attorniata dal “Grande Freddo”, una storia reale?

Claudio | Credo sia sicuramente la chiusura di un ciclo, cominciato molti anni fa e che tante occasioni di incontro ha generato. Poi a una certa età si devono un po’ ritrovare i fili di una vita. Se sono annodati bisogna scioglierli, se sono slegati bisogna annodarli. Il punto di riferimento è la Fortezza Bastiani del deserto dei tartari di Dino Buzzati, da sempre siamo lì, brindando a champagne e ascoltando i Rolling Stones.

MicrofonoAperto | E nonostante tutto tanti ti danno del nostalgico...

Claudio | No, la nostalgia per me non esiste. Esistono la malinconia e il pessimismo che sono due atteggiamenti della sinistra critica e rivoluzionaria. Io rivendico il valore positivo del pessimismo che è un atteggiamento critico nei confronti della realtà, quindi attivo e non passivo.

MicrofonoAperto | “Gli uomini senza amore” un titolo del nuovo disco. Mi incuriosisce parecchio…

Claudio | Molti grandi scrittori che non ti cito dicevano che è necessario uscire di casa con un taccuino, osservare e scrivere ciò che si vede. Mi pare che oggi si vedano molti uomini e donne senza amore…

MicrofonoAperto | Uscire di casa, andare in piazza. Spesso si sceglie o l’una o l’altra o, a volte, si escludono a vicenda…

Claudio | E’ l’amore che ti porta in piazza ed è nella piazza che l’amore si moltiplica.

MicrofonoAperto | Vi ringrazio davvero tanto per questa chiacchierata e vi chiedo, come staranno facendo in tanti, i prossimi progetti?

Danilo | Credo di poter rispondere per tutti… Siamo ancora focalizzati sul nuovo disco, sulle vicissitudini affrontate per portarlo a termine, sulle tematiche letterarie e musicali di questo lavoro. Si potrebbe dire che lo dobbiamo ancora metabolizzare, solo dopo riusciremo a guardarci attorno e trovare qualche altra impresa da cui lasciarsi coinvolgere!

 

MicrofonoAperto | Vi lascio i riferimenti per seguire la lavorazione e segnalo, inoltre, di cercare l’album su Youtube dove potrete vedere qualche “work in progress” di questa bellissima opera.

I musicisti de Il Grande Freddo
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Tengo a ringraziare anche tutti gli altri musicisti e collaboratori che hanno lavorato a questo progetto, a Enzo de Giorgi, l’artista che ha illustrato il libretto che accompagna il disco e ha disegnato la copertina e che spero presto di avere ospite sul mio sito e tutti coloro che hanno sostenuto il progetto.

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